domenica 21 aprile 2013

tra un tempo scaduto e uno sconosciuto

Nelle imprese la grandezza sta nell’avere in mente tutt’altro.

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Agli uomini aveva dato il peso giusto. Ripensò al peggio commesso e concluse per una volta ancora: andava fatto. Tornava sul suo peggio per tenerlo fresco, non farlo seccare. Un uomo è quello che ha commesso. Se dimentica è un bicchiere messo alla rovescia, un vuoto chiuso.

Non se ne pentiva, perché non poteva giurarsi mai più. Con gli stambecchi sì, stava certo che non avrebbe più sparato a loro. Con gli uomini il peggio era possibile di nuovo.

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Era un giorno perfetto, di nitido confine tra un tempo scaduto e uno sconosciuto.

Erri de Luca, Il peso della farfalla

sabato 20 aprile 2013

it's always necessary

There was never a right time to say it.
It was always unnecessary.
The books in my father's shed were sighing.
The sheets were rising and falling around me with Anna's breathing.
I thought about waking her.
But it was unnecessary.
There would be other nights.
And how can you say I love you to someone you love?
I rolled onto my side and fell asleep next to her.
Here is the point of everything I have been trying to tell you, Oskar.
It's always necessary.
I love you,
Grandma

Jonathan Safran Foer, Extremely loud & incredibly close

domenica 7 aprile 2013

dès qu’on s’approche de près

— Ils sont tous cinglés sur cette place? demanda un autre.
— C’est possible, dit Adamsberg. Mais c’est un effet d’optique. Tant qu’on regarde de loin, tout semble toujours proprement en ordre. Dès qu’on s’approche de près et qu’on prend le temps d’observer les détails, on s’aperçoit que tout le monde est plus ou moins cinglé, sur cette place, sur une autre, ailleurs et dans cette brigade.

Fred Vargas, Pars vite et reviens tard

giovedì 21 febbraio 2013

lo que hubiera podido ser

—En el fondo envidio a esa mujer, Lucien.
—¿La envidia?
—Aunque esté acosada y se vea obligada a vivir como una alimaña, es libre por completo.
—¿Y nosotros no lo somos, Carlos?
—Puede que usted lo sea, pero yo no me siento libre. Siempre hay algo en mi cabeza que me impide volar, iniciar una nueva vida. Me pesan los recuerdos desagradables, lo que hubiera podido ser y no ha sido.

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—Todo es extraño, ¿verdad? —exclamó Nourissier—. Acabamos de leer la noticia de unos hechos de violencia estremecedora. Más que eso, hemos vivido una escena del todo desagradable y ¿qué se nos ocurre hacer?: reír y proyectar una excursión campestre.
—A eso se le llama supervivencia.
—¿Así sobrevive usted habitualmente?
—Yo soy un cínico, Lucien, o, mejor dicho, me he convertido en un cínico; nadie nace cínico desde un principio.

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La valentía no es dejar de sentir el miedo, sino sentirlo y seguir adelante igual.

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—A veces pienso que ser libre es hacer lo que debes y no lo que te da la gana.


Donde nadie te encuentre, Alicia Giménez Bartlett

mercoledì 16 gennaio 2013

una tristezza pronta al peggio e un mezzo sorriso per buttarla via

“Se penso una cosa voi la indovinate?”

“No, guaglio’, a me arrivano i pensieri che passano al volo in testa alle persone, quelli che uno neanche sa di avere pensato. Se ti metti a studiare un fatto tuo, quello sta con te. Ma i pensieri sono come gli starnuti, scappano fuori all’improvviso e io li sento.”

Perciò sapeva i fatti di tutti quanti, perciò teneva una tristezza pronta al peggio e un mezzo sorriso per buttarla via. Ai lati degli occhi si aprivano le rughe e da lì scolava la malinconia.

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È bella di notte la città. C’è pericolo ma pure libertà. Ci girano quelli senza sonno, gli artisti, gli assassini, i giocatori, stanno aperte le osterie, le friggitorie, i caffè. Ci si saluta, ci si conosce, tra quelli che campano di notte. Le persone si perdonano i vizi. La luce del giorno accusa, lo scuro della notte dà l’assoluzione. Escono i trasformati, uomini vestiti da donna, perché così gli dice la natura e nessuno li scoccia. Nessuno chiede conto di notte. Escono gli storpi, i ciechi, gli zoppi, che di giorno vengono respinti. È una tasca rivoltata, la notte nella città. Escono pure i cani, quelli senza casa. Aspettano la notte per cercare gli avanzi, quanti cani riescono a campare senza nessuno. Di notte la città è un paese civile.

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La sua mano strinse le mie dita, dove ancora scottavano le vesciche.
“E questo è un altro bacio secondo perché pure le mani si baciano e si abbracciano.”
“Hai palpebre che sono curve come le chiglie delle barche, Anna.”
“Ho palpebre che non dormono e non piangono.”

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“Il sangue è la verità. Non dice bugie quando esce e non ritorna indietro. Così devono essere pure le parole, dopo che le dici non le puoi ritirare.[...]"

Erri De Luca, Il giorno prima della felicità

martedì 1 gennaio 2013

per esclusione degli altri pezzi spersi

Poi me ne parli, dice. Faccio un minimo no con la testa. Non fa conto del no.
Sembri uno che sa parecchie cose, dice.
Nego: neanche so da che parte della fetta è spalmato il burro.
Ride.
E una, penso e mi accorgo di come si allarga ai lati la sua bocca e scintilla tra i denti la lingua e mi pizzica il naso ad affacciarmi sulla sua risata.

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Mi viene a trovare una donna qualche tempo fa.
Le apro la porta, è intatta, viene dritta da vent'anni prima, una distanza che addosso a lei sembra il tempo di una corsa in tram.
Vuole sapere di me, vuole vedere se combaciano due pezzi di tempo. Tira fuori le mie lettere.
Le scorro per la prima volta. Sì, quando le scrivo non rileggo, chiudo e spedisco, adesso come allora.
Sotto la carta stagionata sento la mia faccia di prima, prima di cambiare il mondo, e la sento di pasta ancora buona a tutto.

Le dico che deve portare al ragazzo di allora l’abbraccio custodito in grembo.
Che lei è ancora intera e può ritrovarlo uno così. Insomma le dico: non sono io.

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Annusi, chiede. Sì annuso le tue parole. Sei o no intransigente? Meno, meno di questo: se pensi una cosa di me, togline un poco, cala di un grado e io ti rispondo eccomi.

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Avanza la fronte, una lentezza bollente, si appoggia alla mia, un lasco di capelli suoi sulle mie tempie di pelo corto e il suo fiato che sale nelle mie narici e il mio respiro che non riesco a sentire e si sta così vicini da rimanere fermi.
Ora spinge con la mano la mia nuca a schiacciare le nostre facce all'attaccatura delle bocche.
Ora respirano solo i nasi.
Poi spetta alle mani muoversi per darsi pace.
Per imbarazzo di tenersi, non diciamo niente.
Faccio piano per non scaraventare forza addosso a lei, così cresce la sua.
Sta sopra di me, sbatte sul mio petto a colpi cupi. Si tagliano così gli alberi, un colpo a fendere e una torsione per liberare il ferro dall'impatto. Laila suona quei rintocchi sopra il mio petto, io resisto orgoglioso un tempo lungo, quanto quello di un albero che acido il morde ferro che lo stronca. Così crollo e anche lei.
Mi accorgo di una sua carezza che mi asciuga. Dormo per qualche respiro.

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Ho quarant'anni e un sonno duro da prendere a calci per farlo smettere.
Mi chiamano il morto, nessuno dorme dove riesco io.
Nessuno sa da quanta vita non dormo.

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Penso anche a Selim che prega a ogni addio del giorno. Ci sono umiltà che ingrandiscono un uomo.

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Ti voglio, dice, mi spetti e a te spetta di allargare braccia e tenermi.
Ti amo per amore e per disgusto di uomini, ti amo perché sei integro anche se sei avanzo di altra vita, ti amo perché il pezzo che resta vale l'intero e ti amo per esclusione degli altri pezzi spersi.

Erri de Luca, Tre cavalli

sabato 29 dicembre 2012

un debole per quelli che spariscono

C’erano intorno ragazzini che correvano, cani che volevano tornare a casa e coppie di anziani con l’aria di essere scampati a qualcosa di terrificante. La loro vita, probabilmente.
 
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[...]
– Certo che me lo ricordo, sono vecchio, sono mica scemo.
– Non volevo dire questo.
Il vecchietto si alzò e si avvicinò al bancone.
– Non è più venuto, disse.
– No. Non lavora più in città. Lo studio l’ha chiuso. Se n’è andato.
– Dove?
Rebecca esitò un attimo.
– Non ne ho la più pallida idea, disse.
Il vecchietto rise di una risata bella, meno vecchia di lui. Sembrava contento che Jasper Gwyn fosse riuscito a far perdere le sue tracce.
– Scusi, disse.
– Di che?
– Ho un debole per quelli che spariscono.
– Non si preoccupi, anch’io, disse Rebecca.

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Il vecchietto la fissò. Si vedeva che gli andava proprio di capire.
– Jasper Gwyn mi ha insegnato che non siamo personaggi, siamo storie, disse Rebecca. Ci fermiamo all’idea di essere un personaggio impegnato in chissà quale avventura, anche semplicissima, ma quel che dovremmo capire è che noi siamo tutta la storia, non solo quel personaggio. Siamo il bosco dove cammina, il cattivo che lo frega, il casino che c’è attorno, tutta la gente che passa, il colore delle cose, i rumori. Riesce a capire?
– No.


Alessandro Baricco, Mr Gwyn

venerdì 28 dicembre 2012

out wailing to the rain

“I must confess that waltzes
do not move me.
I have no sympathy
for symphonies.
I guess I hummed the Blues
too early,
and spent too many midnights
out wailing to the rain.”

Massimo Carlotto, La verità dell'Alligatore

domenica 18 novembre 2012

l'affanno della felicità

"A volte tu somigli in qualche gesto a una persona che mi voleva bene." Lo disse piano, sotto la soglia di rumore del diesel che andava. Io arrossii come se l'avesse gridato al mondo da un altoparlante. Lo disse senza dover aprire gli occhi. "Tu gliene volevi?", e Caia fece un piccolissimo sì di testa.

Andammo verso la secca di Capri. Il viaggio durava, il chiasso del motore l'aiutava a dire. Avevo fatto la punta all'orecchio per sentire la frequenza della sua voce, l'avrei sentita anche in una burrasca. Da poppa non si poteva vedere che stavamo parlando.

Io rispondevo senza guardarla, fissando l'avanti, dicendo parole per il vento. Ci fu un'onda più alta, la vidi arrivare e capii che le avrebbe fatto sbattere un po' la testa sul legno, così al momento all'impennata di prua infilai la mano tra la sua nuca e la barca, attutendo il colpo. La ritirai subito. Caia mi guardò da sotto, faccia seria, da bambina che sta a una finestra e aspetta un ritorno. Vedeva qualcosa da lontano, da dietro di me, una mano che le reggeva la nuca chissà quanti anni prima. Tenni i suoi occhi in faccia, pensai che mi vedeva contro il cielo senza nessuno in torno, senza terra.

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"Perché hai detto che sono vecchio?", chiesi e mi accorsi che mi era uscito un timbro grave in gola. "Sei vecchio all'improvviso in una maniera meravigliosa, sei qualcuno venuto da lontano come me, che si trova sbarcato su una nuova terra e ha i capelli bianchi e sta pensando a come se la potrà cavare." 

Il morso della murena aveva lasciato un disegno di buchi, una lettera chiara sulla pelle scurita. Teneva la sua mano proprio lì e quello era il gesto più intimo che mi era stato rivolto da una donna. Toccava la superficie di un dolore, una presa pulita capace di richiamarlo come di attutirlo. Io ci sono, diceva la sua mano sulla ferita, per tutta una musica ti accompagno lontano e ti tengo il dolore nella mano.

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[...] perché gli piaceva ridere e sorridere delle cose buffe e buffone che fanno le persone quando fanno sul serio.

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"Non sono buono a reggerti la mano, già te la sporco. Sono cambiato, non so neppure come. Ho dei pensieri da uomo, avere figli, lavorare, lasciare gli studi. Mi è venuta fretta d'imparare lontano, non posso venirti a prendere sotto scuola con un motorino che non ho e non desidero. Non posso portarti alle feste il sabato, farmi conoscere dai tuoi genitori come il tuo ragazzo, sentire che dicono sì, è un bravo ragazzo. Non sono un bravo ragazzo.

Solo poco tempo fa non lo sapevo così bene."

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"Ti ho lasciato un segno di grasso sul palmo, provo a levartelo." Tra gli scogli dell'istmo c'era qualche pietra pomice, scesi a prenderne una. Le strofinai il palmo, piano, le si velarono gli occhi, "Non fa male?", "No". "Allora non essere infelice." "Non sono infelice", caddero le due prime la crime, che vengono a coppie e da qui i poeti hanno imparato le rime.

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Mi guardava leale, si esponeva in faccia a uno che poteva ferirla. Ero ancora chiuso? Per non imbarazzarla abbassai gli occhi. "Quando questo vento smetterà verrò a cercarti. Avrò le scarpe ai piedi e i capelli lavati in acqua dolce. Vengo a cercarti in città. Mi ha detto Nicola che non bisogna fare progetti quando c'è lo scirocco." Lo dissi per bisogno di credere in un mio seguito, oltre la notte, anche se non immaginavo niente di me al di là del fuoco. Lì si era ispessito un confine. Chissà se sono così i pensieri degli animali, ciechi di futuro, intenti nel rinnovo breve del giorno. Chissà se sono così i pensieri dei prigionieri. Il vento ci costrinse a addossarci a un muro.

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"Niente progetti, ma questa è una promessa? Se lo è io voglio aspettare la fine dello scirocco." Sorrisi e finalmente la guardai. Era l'affanno della felicità.

Feci un brusco sì con la testa, poi lo dissi, un sì certo e grave. E lei si spinse in avanti per un bacio, io spostai un poco la guancia e lei mi centrò mezza bocca, veloce, diretta, com'erano le sue parole. Mi venne il pensiero che una persona così franca aveva anche baci diritti, incapaci di piegarsi su una guancia.


Erri De Luca, Tu, mio

giovedì 8 novembre 2012

quanto são insuficientes as palavras

Pedro Orce contempla as suas velhas mãos, não são velhas, não, saíram duma operação alquímica, tornaram-se imortais, ainda que o resto do seu corpo tenha de morrer.

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Os seus órgãos genitais, com perdão da crueza anatómica, eram afinal a expressão, simultaneamente reduzida e ampliada, da mecânica expulsória do universo, toda essa maquinaria que procede por extracção, esse nada que vai ser tudo, essa ininterrupta passagem do pequeno ao grande, do finito ao infinito. Neste ponto, é bom de ver, os glosadores e hermeneutas perdiam o pé, nem é para admirar, porque de mais nos tem ensinado a experiência quanto são insuficientes as palavras à medida que nos aproximamos da fronteira do inefável, queremos dizer amor e não nos chega a língua, queremos dizer quero e dizemos não posso, queremos pronunciar a palavra final e percebemos que já tínhamos voltado ao princípio.

José Saramago, A jangada de pedra